Il quindicesimo anniversario dell'ultimo volo del sergente maggiore Marco Matta ricorrerà fra poche settimane. Il militare italiano scomparve il 7 gennaio del 1992 nei cieli di Croazia e con lui trovarono la morte altri tre soldati italiani e un osservatore francese della Comunità Europea. L'elicottero bianco con le insegne Cee venne abbattuto da un Mig jugoslavo a pochi chilometri dal confine con l'Ungheria.
Non fu un errore e neppure un'azione di guerra. Il velivolo dell'Ale (aeronautica leggera dell'esercito) era impegnato in missione di controllo per conto di Bruxelles, come previsto dagli accordi internazionali. Oltre al corpo di Matta, originario di Sangano, fra i rottami dell'elicottero i soccorritori trovarono i resti del tenente colonnello Enzo Venturini, dei marescialli Fiorenzo Ramacci e Silvano Natale e del tenente francese Jean-Loup Eychenne.
Per quella strage quasi dimenticata, fra due mesi il Tribunale di Roma processerà quattro alti ufficiali dell'aviazione jugoslava, ora confluiti nelle forze armate serbe. Furono loro, secondo il pm Erminio Amelio, a dare l'ordine di abbattere l'elicottero della Cee, pur sapendo che trasportava osservatori internazionali.
Il comando - ha ricostruito la Procura capitolina - partì dal generale Blagoje Adzic, capo di Stato Maggiore, venne recepito dal comandante della difesa aerea Liubomir Bajic, fu trasmesso al colonnello Bozidar Martinovic e alla fine raggiunse Opacic Dobrivoje, responsabile della base aerea di Bihac. Fu quest'ultimo a ordinare personalmente al pilota di abbattere il velivolo europeo.
Finora l'unico a pagare è stato proprio il tenente Emir Sisic: l'uomo che pilotava il «caccia» è stato condannato per omicidio plurimo sia da un Tribunale croato che dalla Corte d'Appello di Roma (15 anni). Estradato nel 2002 dall'Ungheria, Sisic è rimasto per 4 anni in un carcere italiano ma un mese fa, a sorpresa, è stato rimandato in Serbia a scontare il resto della pena. All'insaputa del pm e dei familiari delle vittime.
«Una decisione molto strana - sottolinea l'avvocato Andrea Serlenga, legale della famiglia Matta - giunta proprio quando avrebbe dovuto testimoniare contro i suoi superiori. Si parlò di strani accordi fra i governi italiano e serbo già tre anni fa e vennero anche presentate interrogazioni parlamentari dall'onorevole Violante, in cui si accennava a possibili scambi di favori per la vicenda Telekom Serbia». È cambiato il governo, il Guardasigilli non è più Castelli bensì Mastella, ma il risultato finale è stato lo stesso. «Sisic avrebbe potuto fornire al giudice molti particolari utili - commenta con rammarico Mario Matta, il papà di Marco - perché l'hanno lasciato andare alla vigilia del processo?».
10/12/2006 La Stampa