Giuseppe Gioffrè, il pensionato Fiat ucciso in un agguato a San Mauro nell'estate del 2003, fu vittima di una vendetta maturata dopo 40 anni di paziente attesa da un clan mafioso dell'Aspromonte. Ieri la Corte d'assise ha riconosciuto colpevole di quell'esecuzione Stefano Alvaro, 25 anni, rampollo di una cosca considerata vicina alla 'ndrangheta, e gli ha inflitto 25 anni di carcere.
Quando nel 1964 Giuseppe Gioffrè ammazzò i rivali Antonio Alvaro e Antonio Dalmato, in quella poi passata alla storia come la «strage di Sant'Eufemia», Stefano non era neppure nato. Ma secondo la corte presieduta dal giudice Giampaolo Peyron, il giovane non avrebbe esitato nell'assumere in prima persona il compito di vendicare la famiglia, anche a distanza di tanti anni.
Per lui il pm Anna Maria Baldelli aveva chiesto una condanna all'ergastolo, ma la Corte d'assise ha considerato le aggravanti equivalenti alle attenuanti generiche e alla fine ha optato per una pena più bassa ma comunque severa: 25 anni i reclusione. I difensori di Stefano Alvaro, che nel corso del processo si sono battuti per demolire le prove presentate dalla Procura e dai carabinieri, ricorreranno in appello: «Aspettiamo di leggere le motivazioni della Corte d'assise - spiega il professor Mauro Ronco, che insieme con il collega calabrese Vincenzo D'Ascola assiste Alvaro - ma andremo sicuramente in secondo grado perché siamo convinti dell'innocenza del nostro cliente».
Secondo la difesa il giorno in cui venne freddato Gioffrè, Stefano Alvaro se ne stava a 1200 chilometri di distanza, in Calabria. Prima a casa della fidanzata e poi a Palmi per seguire in parrocchia il corso prematrimoniale. Una versione che cozza con le prove raccolte dai carabinieri a breve distanza dal luogo dell'agguato: una bottiglietta di plastica e quattro guanti di gomma.
Il Dna trovato sulla bottiglia ha consentito di arrestare Alvaro (dopo la comparazione con i campioni ottenuti da due mozziconi di sigaretta), ma sono state considerate molto importanti anche le microgocce di sudore e la polvere da sparo trovate su un guanto di gomma. La saliva compatibile con il Dna di Alvaro sul collo della bottiglietta porta a immaginare che il giovane abbia bevuto da quel contenitore, poi vuotato dall'acqua e riempito con la benzina servita per incendiare l'auto utilizzata dai killer a San Mauro. La difesa ha contestato la consulenza scientifica, eseguita dal Ris di Parma, ma per la Corte d'assise si tratta invece di una prova schiacciante. Alla quale si sono poi aggiunte alcune intercettazioni telefoniche svolte dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, secondo le quali Stefano Alvaro il giorno dell'omicidio si trovava proprio a Torino.
17/2/2007 La Stampa