Non capita spesso che in un romanzo giallo il vero protagonista sia la vittima. Di solito gli autori di «polar» riservano il podio più alto all'indomito detective, anche se talvolta è facile che a rubar la scena sia il perfido assassino. In «La moltiplicazione del morto», scritto a quattro mani dalla collaudata coppia noir torinese Manlio Bichiri e Giovanni Monaco, accade esattamente il contrario.
Certo, c'è l'investigatore più o meno brillante: l'attore Leone Agosti, costretto a indagare su un omicidio mascherato da incidente stradale per il semplice fatto che è lui, in prima battuta, il sospettato. E poi l'ex marinaio Antonio Fadda, guardia del corpo di una benestante industriale, oltre che «spalla» di Agosti nell'accidentato percorso di avvicinamento alla verità.
Ma la vera star del romanzo, pubblicato dalla capitolina Robin Edizioni, è lui, Guido Bosco. Il morto che si moltiplica e che dà il titolo al libro. Perché man mano che l'inchiesta avanza, con ritmo ora incalzante ora sornione, Leone Agosti scopre che l'ex socio in una piccola casa di produzione cinematografica era in realtà un personaggio pirandelliano. Un uomo dalle molte vite e identità: rampollo di una ricca famiglia subalpina, squattrinato fotografo, architetto, pittore transavanguardista, trafficante
di quadri fasulli.
Un tipo anonimo e al tempo stesso originale, che la sua personalissima fuga nei Mari del Sud, alla Gauguin (l'impressionista francese c'entra, c'entra eccome...), l'ha messa in atto nell'ancor grigia Torino di metà Anni 80. Una città che cerca di scrollarsi di dosso l'epoca buia del terrorismo ma è ancora lontana dalla scintillante vetrina olimpica e turistica del nuovo secolo. Una città così diversa dalla «Milano da bere» craxiana che in quegli anni andava per la maggiore: Torino era caso mai «una città da digerire», come ha notato con arguzia il giornalista e scrittore Bruno Babando. Poiché il cadavere del povero Bosco viene rinvenuto all'incrocio fra corso Umbria e via Livorno, l'investigAttore protagonista del romanzo di Bichiri & Monaco deve compiere i suoi sopralluoghi in una zona ancora semi periferica, affollata di tetri capannoni abbandonati, così diversa dall'attuale quartiere zeppo di variopinti grattacieli e centri commerciali sulla famosa Spina 3.
L'indagine prosegue a singhiozzo, fra colpi d'ingegno, inutili pedinamenti e clamorose cantonate. Come nella realtà, dove il protagonista non è mai un geniale detective alla Sherlock Holmes né uno scienziato infallibile alla CSI. Caso mai un uomo testardo, in grado di far tesoro anche degli sbagli. E il finale - con puro understeatment subalpino - richiama semmai alla banalità del male, più che a sofisticati intrecci criminali e criminologici.
25/7/2008 Torino Sette- La Stampa