Nato a Buenos Aires da genitori di origine italiana, Hector è un ex poliziotto della Policìa Federal della capitale sudamericana. Si è arruolato in polizia al termine degli studi ed ha avuto la sfortuna di indossare l'uniforme in uno dei periodi peggiori della storia argentina: gli anni della dittatura militare, del terrorismo e della Guerra Sucia, cioè la "guerra sporca" che la giunta del generale Videla e gli organi dello Stato conducevano, con ogni mezzo, contro il loro "nemico" politico: non solo i veri terroristi (che pure negli Anni Settanta abbondavano nel Paese sudamericano), ma anche militanti peronisti, sindacalisti, studenti e simpatizzanti dell'estrema sinistra.
E il nostro Hector, cresciuto in una famiglia nazionalista e peronista, si è venuto a trovare tra incudine e martello: fra i guerriglieri, pronti a compiere aggressioni e attentati contro chiunque indossi una divisa; e gli implacabili "squadroni della morte" al servizio della giunta militare, decisi a usare ogni sistema lecito (e soprattutto illecito) per reprimere il dissenso. Anche macchiandosi di orribili crimini, come la tortura e l'eliminazione fisica dei desaparecidos. «All'epoca gli altri sbirri erano gli unici su cui si poteva contare per portare a casa la pellaccia - riflette Hector nel corso di una delle sue indagini - Tra gangster e terroristi, indossare l'uniforme della Policìa Federal era come andare a zonzo per un poligono con un bersaglio appeso sulla schiena. Avere qualcuno che ti guardava le spalle era più salutare».
Ricordando alcuni dei compagni dell'epoca, l'investigatore privato ripercorre anche il dramma di una generazione di argentini: «Josè Antonio l’aveva ammazzato un commando di sbandati dell’Erp, l’esercito rivoluzionario del popolo, negli anni bui della Guerra Sucia, la famosa guerra sporca. Due colpi alla nuca mentre stava rincasando, da veri rivoluzionari. El loco, invece, si era compromesso con i “gorilla” della Giunta militare e nell’84 era finito in galera per complicità nel sequestro e nella tortura di alcuni prigionieri politici. Uscì all’inizio degli anni Novanta, quando io mi ero già trasferito in Italia. Era un rottame. El flaco Abelardi, un altro della vecchia guardia, mi scrisse che era morto pochi mesi più tardi, forse per overdose di eroina».
Così nel 1984, dopo il crollo della dittatura e il ritorno della democrazia con il governo del radicale Alfonsìn, Hector Perazzo decide di lasciare il suo Paese. Non perché abbia qualcosa da nascondere circa il periodo della Guerra Sucia, ma per il disgusto nel vedere che il processo di riorganizzazione delle forze armate e di polizia, alla fine, coinvolge solo i pesci più piccoli, che spesso pagano per tutti. Senza più troppi legami - i genitori sono morti, i vecchi amici scomparsi o in galera - sceglie di tornare nella terra dalla quale erano fuggiti i suoi avi e dove ancora, a Torino, si trova una vecchia zia che gli dà aiuto e ospitalità. Comincia così la seconda vita di Hector Perazzo, immigrato di ritorno, ex sbirro convertito al poco remunerativo mestiere di investigatore privato.